Verso la possibilità di predire i pazienti diabetici più a rischio in caso di Covid: identificata, infatti, una firma immunitaria nei diabetici ricoverati per Covid che permetterebbe di prevedere il rischio individuale di finire in terapia intensiva.
È il risultato di un lavoro pubblicato sulla rivista EMBO Molecular Medicine da ricercatori francesi dell’Inserm, dell’AP-HP e dell’Università di Parigi.

Fin dai primi mesi della pandemia di Covid-19, il diabete di tipo 2 è stato identificato come un fattore di rischio per lo sviluppo di una forma grave della malattia e una maggiore mortalità. Capire il perché e identificare i biomarcatori per prevedere quali pazienti diabetici progrediranno verso una forma grave di Covid-19 che richiede la rianimazione è quindi una priorità per gestirli meglio e aumentare le loro possibilità di sopravvivenza.

Il diabete di tipo 2 è caratterizzato anche da uno stato infiammatorio cronico, che porta al rilascio da parte del tessuto adiposo di molecole riconosciute come “segnali di pericolo” dal sistema immunitario. Di conseguenza la risposta immunitaria diviene eccessiva, portando a infiammazione dapprima localizzata e poi sistemica.

Gli esperti francesi hanno sviluppato uno studio in ambiente ospedaliero condotto presso il “Centre Universitaire du Diabète et de ses Complications” con l’obiettivo di comprendere meglio il legame tra lo stato infiammatorio di soggetti con diabete e positivi al virus e, il rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19.
Gli scienziati hanno esaminato la risposta immunitaria di 45 pazienti ospedalizzati con Covid-19, 30 dei quali avevano il diabete di tipo 2. Tra i partecipanti a questo studio, il 35% dei pazienti diabetici ha sviluppato la malattia in forma grave che ha richiesto la rianimazione, rispetto al 25% dei non diabetici.

I ricercatori hanno analizzato campioni di sangue di tutti i partecipanti e scoperto che i pazienti colpiti più gravemente (tutti, indipendentemente dal diabete) avevano un numero inferiore di linfociti (tipo di cellula immunitaria) rispetto ai pazienti che non erano stati in terapia intensiva. In particolare, il team ha osservato un livello particolarmente basso di linfociti citotossici CD8+, cellule immunitarie particolarmente coinvolte nella risposta antivirale.

Ma non è tutto, i pazienti diabetici in rianimazione hanno anche un livello più basso di ‘monociti’ (un altro tipo di globuli bianchi) nel sangue. Sono stati osservati anche cambiamenti nella morfologia di queste cellule immunitarie, che avevano una dimensione media maggiore rispetto a quelle dei pazienti non diabetici. Infine, i ricercatori hanno trovato una maggiore presenza di marcatori infiammatori, potenti molecole antivirali. Quindi, se i medici vedono una diminuzione dei monociti e un cambiamento di forma in queste cellule, hanno la possibilità di identificare i pazienti che richiederanno un ulteriore follow-up e potenzialmente un posto in rianimazione.

Questi risultati hanno una potenziale importanza clinica, se confermati in altre casistiche – sottolinea in un commento all’ANSA Francesco Purrello, diabetologo dell’Università di Catania e Presidente della Società Italiana di Diabetologia (SID).
Poter predire in tempo i pazienti diabetici a maggior rischio di decorso complicato ed esito infausto, ci permetterebbe di iniziare fin da subito cure aggressive per anticipare il peggioramento delle condizioni cliniche. Va sottolineato che in tutte le casistiche mondiali, i pazienti con cattivo controllo della malattia (scarso compenso glico-metabolico) erano quelli con maggiore rischio di morte. I nostri sforzi quindi sono tesi da un lato a prevenire la malattia in questi soggetti “fragili”, dall’altro a individuare al più presto delle caratteristiche che ne indicherebbero una maggiore probabilità di complicanze. (ANSA).

A cura di
Redazione

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