La dislessia è il disturbo più comune di una famiglia di condizioni definite “disturbi specifici dell’apprendimento“. Il termine disturbi potrebbe disorientare, perché non si tratta di malattie: sono, piuttosto, modalità specifiche di funzionamento di alcuni specifici “passaggi” neurali, in questo caso, di quelli che servono per decifrare le lettere scritte.

Una tecnica che permette di intervenire in modo non invasivo su questi processi potrebbe migliorare le capacità di lettura nelle persone con dislessia: l’approccio è descritto in uno studio pubblicato su PLOS Biology.

La dislessia si manifesta a partire dalle prime esperienze scolastiche. I bambini che ne soffrono tendono a leggere con difficoltà e in modo frammentario, sostituendo i fonemi e invertendo, o omettendo, parole.

Le cause della dislessia non sono del tutto note, ma potrebbero essere legate ad un diverso funzionamento a livello neurale di alcune aree cerebrali coinvolte nei processi di lettura. Un’ipotesi comune è che la dislessia sia un disturbo fonologico, cioè una difficoltà nel connettere le lettere ai suoni ad esse associati.

Questa difficoltà di percezione dei fonemi potrebbe essere associata a cambiamenti nelle oscillazioni di alcuni schemi di attività neurale in una regione cerebrale incaricata di analizzare il suono, la corteccia uditiva sinistra: questa è stata l’ipotesi di lavoro da cui è partita Silvia Marchesotti, neuroscienziata dell’Università di Ginevra e prima autrice dello studio.

«Spesso la percezione dei fonemi era stata associata alla dislessia – spiega – ma i due fenomeni non erano stati fino ad ora legati da una relazione causale».

FONTE: Focus

A cura di
Redazione

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