Di ipoacusia, ovvero di riduzione della capacità uditiva, soffre oltre il 5% della popolazione mondiale: circa 466 milioni di persone. Sono soprattutto gli over 65 anni (presbiacusia), a causa dell’invecchiamento delle cellule uditive, ma ci sono anche sempre più giovani e perfino bambini.

Purtroppo, l’ipoacusia è una patologia spesso sottovalutata che, se non curata in tempo, può trasformarsi in un vero e proprio handicap. Per questo motivo, appena si ha la sensazione di sentirci di meno e non, come spesso invece accade, dopo mesi o addirittura anni, bisognerebbe sottoporsi a una visita otorinolaringoiatrica con otomicroscopia. In pratica, lo specialista controlla il canale uditivo tramite un microscopio che permette una diagnosi precisa per valutare un’eventuale terapia.


«Di fronte a una diagnosi di ipoacusia non esistono trattamenti farmacologici – a parte soluzioni tampone nelle fasi acute, con cicli di cortisone – ma trattamenti terapeutici riabilitativi», spiega Edoardo Covelli, specialista in otorinolaringoiatria presso l’Ospedale Sant’Andrea di Roma e docente all’Università La Sapienza.

Innanzitutto, le protesi acustiche. Sono costose (dai 2 ai 3 mila euro l’una), ma hanno una tecnologia che permette di correggere in modo selettivo le frequenze interessate dal calo di udito. Si tratta, quindi, di un trattamento mirato, che può dare un reale beneficio, al contrario dei semplici amplificatori disponibili in farmacia (costo circa 60 euro).

Protesi efficaci

«Chi ha difficoltà ad applicare gli apparecchi acustici per scarso beneficio (soprattutto gli anziani), o per motivi estetici (i giovani), può ricorrere all’utilizzo di protesi impiantabili o semi-impiantabili: il costo è molto più alto e solo una piccola parte vengono passate dal Servizio sanitario nazionale. Infine, nei pazienti con sordità profonde bilaterali si può proporre l’intervento di impianto cocleare che, stimolando la coclea elettricamente, permette al paziente raggiungere ottimi risultati uditivi; negli adulti generalmente si posiziona monolateralmente, mentre nei bambini si procede precocemente e bilateralmente», aggiunge l’esperto.

Secondo gli ultimi dati dell’OMS, il 50% delle persone tra i 12 e i 35 anni, ovvero oltre un miliardo di giovani, rischia danni all’udito a causa della prolungata esposizione a suoni forti, compresa la musica che ascoltano in cuffia o in discoteca.

Allarme giovani

L’ipoacusia, di solito, è la conseguenza di una lesione all’orecchio causata da traumi acustici. Sono a rischio, per esempio, le persone che lavorano su strade (operai, vigili, ecc.) o i tecnici che eseguono risonanze magnetiche: tutti lavoratori che hanno l’obbligo di usare le cuffie protettive.

Ma sono i giovani a preoccupare di più gli esperti, dato che nel mondo, i casi sono in aumento: «I ragazzi credono che poche ore di musica ad alto volume in discoteca siano innocue, ma si sbagliano. Spesso, quando escono dal locale, lamentano un fischio continuo nell’orecchio: nella maggior parte dei casi si risolve dopo poco, ma a volte si verificano veri e proprio traumi acustici. Quindi è importante la diagnosi precoce, soprattutto quando le variazioni uditive monolaterali, l’ovattamento o i fischi permangono più di 24 ore dal presunto trauma», conclude Covelli.

FONTE: Focus

A cura di
Redazione

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