Arriva un altro colpo pesantissimo per lo sport dilettantistico e giovanile.

In un documento firmato dal Ministero della Salute, viene specificata nei dettagli la nuova normativa che interessa l’idoneità all’attività sportiva agonistica per tutti gli atleti non professionisti che hanno contratto il Covid-19. Anzi, il documento va oltre e inserisce nell’elenco anche chi ha avuto sintomi specifici del coronavirus pur in assenza di diagnosi di Sars-Cov-2.

Partiamo dalla fine e dalle conseguenze che il nuovo documento comporta: “tutti gli atleti che accuseranno il Covid-19 dovranno rimanere fermi per almeno due mesi”. Una decisione che di fatto mina in modo consistente la possibilità di tante formazioni di partecipare ai rispettivi campionati, anche di livello nazionale. Facciamo un esempio: la Serie B di pallavolo inizierà alla fine di questa settimana: se in una rosa di dodici giocatrici dovesse registrarsi un mini-focolaio che interessi quattro-cinque persone la squadra potrebbe di fatto dire addio a un torneo decente, visto che almeno fino a fine marzo non potrebbe nemmeno allenarsi in modo adeguato, senza ovviamente parlare delle partite.

E lo stesso discorso comprende tutti gli atleti e le atlete di ogni disciplina (l’età dipende dai vari sport) per cui è prevista la visita medica per l’attività agonistica. Nel dettaglio, il documento del Ministero della Salute, seguendo indicazioni “proposte dalla Federazione Medico Sportiva e condivise con il Dipartimento dello sport, con il CONI, il Comitato Italiano Paralimpico e le altre società scientifiche” prevede che un atleta colpito da Covid-19 debba attendere trenta giorni dall’avvenuta guarigione e quindi effettuare nuovamente la visita medico-sportiva integrandola con ecocardiogramma color-Doppler.

I conti sono presto fatti: circa un paio di settimane per risultare negativi oppure “dall’avvenuta scomparsa dei sintomi”, un mese di attesa per la nuova visita e quindi “una graduale ripresa dell’attività sotto il controllo del Responsabile sanitario della società sportiva”. Dunque, anche se la visita medica fosse prenotata il 31° giorno (operazione teorica, visto che in pratica sarebbe quasi impossibile) ecco che prima di rivedere in campo l’atleta trascorreranno almeno due mesi.

Fino a questo momento abbiamo parlato di atleti che hanno presentato “malattia lieve”. Per chi ha registrato sintomi più seri, dovendo ricorrere a terapie antibiotiche, cortisoniche o epariniche o a chi addirittura è stato ricoverato in ospedale, vengono richiesti controlli ulteriori, come esami ematochimici, holter per 24 ore e, a giudizio del medico, anche diagnostica per immagine polmonare e diffusione alveolo capillare.

Molto probabile dunque prevedere che lo sport si dividerà in 2:

  • Chi potrà permettersi le visite a pagamento avrà la possibilità di rientrare dopo due mesi;
  • Chi invece dovrà mettersi in fila con un servizio pubblico già in questo momento oberato rischia di veder prolungati notevolmente i tempi.

Nel documento si prevede un modo per “accorciare” l’attesa, ma è riservato solamente a chi svolge attività di livello nazionale o internazionale. “Qualora l’atleta – recita la nota – necessiti, per motivi agonistici di livello nazionale o internazionale, di ridurre il periodo intercorrente tra l’avvenuta guarigione e la ripresa dell’attività, potrà essere adottato, su giudizio del medico valutatore, il protocollo di esami e test previsto dalla Federazione Medico Sportiva Italiana per la ripresa dell’attività sportiva degli atleti professionisti” che prevede, in base alla gravità dei sintomi riscontrati, ecocardiogramma color doppler, esami ematochimici, radiologia polmonare e nulla osta dell’infettivologo”.

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A cura di
Redazione

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