La comunicazione è un bisogno vitale per ogni essere umano. Esprimere pensieri, idee, preferenze, opinioni ci sembra una caratteristica innata e scontata la cui mancanza, spesso, non riusciamo nemmeno a immaginare. Le sole azioni verbali di chiedere aiuto, rifiutarlo, di ricevere conforto che si ripetono spesso nel corso di una sola giornata ci rendono persone libere e autodeterminate.

Il processo verbale ci aiuta in qualsiasi contesto e non si ferma esclusivamente alla parola, ma viene accompagnato dagli sguardi, dalla mimica e dalle espressioni facciali che consentono a chi ci è di fronte di comprenderci rispondendo ai nostri bisogni. Proprio per questo il bisogno di comunicare viene considerato un bisogno primario , la cui menomazione mette a repentaglio la normale conduzione della quotidianità e un percorso evolutivo sereno.


Per avere un’idea del ruolo che svolge la comunicazione nei rapporti umani, basti pensare che gli Stati Uniti nel 1992 hanno pubblicato delle linee guida che indicano un percorso per lo sviluppo della comunicazione delle persone con gravi disabilità , elaborando per la prima volta la Carta dei diritti della Comunicazione che dà rilievo massimo alla comunicazione di e con disabili. Un’idea rivoluzionaria che è molto piaciuta anche all’Unione Europea , che nel 2010 l’ha ratificata, rendendola operativa anche negli Stati aderenti all’UE.

La Carta dei diritti della Comunicazione è un ottimo punto di partenza per risolvere le principali criticità riscontrate con le persone che hanno Bisogni Comunicativi Complessi (BCC), un problema che si riflette in ogni ambito dell’esistenza umana ma soprattutto a scuola. Un bambino che presenta gravi difficoltà comunicative vive l’approccio con i compagni di classe in modo traumatico.

Bisogni Comunicativi Complessi: significato e tipologie

L’espressione Bisogni Comunicativi Complessi (BCC) nasce dalla traduzione di Complex Communication Needs coniata dagli statunitensi e finalizzata a raggruppare tutti quei complessi bisogni di comunicazione che derivano dall’incontro tra la necessità di relazionarsi con l’altro e le concrete possibilità di farlo. Si tratta, dunque, di una serie di strumenti, forme e tipologie attraverso le quali tale bisogno può essere soddisfatto.

Le persone che soffrono di una disabilità comunicativa grave vivono 3 condizioni:

  1. Un silenzio forzato che provoca grande sofferenza interiore;
  2. Vengono considerati incapaci di provare emozioni e di comprendere il linguaggio verbale altrui e addirittura di avere un pensiero;
  3. Vengono spesso anticipati nelle loro risposte o interpretati male.

Chi si trova di fronte a un alunno con questo grave disagio, incorre nell’errore di pensare che vi siano altri problemi da risolvere e che questo possa passare in secondo piano. L’esperienza di voi docenti, invece, ci insegna che non è utile ma necessario sperimentare tutti gli strumenti per costruire un sistema di comunicazione sartoriale, su misura di ogni alunno e finalizzato a semplificare lo “scambio” con l’altro. Per farlo, occorre utilizzare strumenti didattici flessibili che facciano emergere il potenziale comunicativo insito in ogni persona.

In via generale, possiamo dire che i Bisogni Comunicativi Complessi possono essere di 2 tipi:

  1. Problemi di Comunicazione solo in Uscita: si tratta di quegli alunni che presentano disabilità motorie con sviluppo cognitivo nella norma. Essi, dunque, hanno difficoltà a muoversi e ad articolare frasi ma non presentano problemi di comprensione;
  2. Problemi di Comunicazione in Entrata e in Uscita: l’alunno presenta difficoltà motorie e cognitive che gli impediscono di esprimersi e di comprendere pienamente ciò che gli viene detto. Si tratta di patologie come l’autismo, le sindromi genetiche, il ritardo mentale o la sindrome di Down.

Negli anni abbiamo assistito a una vera e propria evoluzione linguistica rispetto a questa forma di disabilità. Mentre, infatti, nel passato veniva definita “handicap”, oggi viene inglobata nella curvatura dei Bisogni Educativi Speciali modulandosi in modi diversi in base alle culture e al tempo, tanto che oggi viene definita disabilità intellettiva. Anche la definizione di una patologia deve essere curata in modo particolare, non possiamo negare, infatti, la potenza delle parole e il potenziale negativo che detengono quando diventano etichette su un minore, e questo i docenti lo sanno bene.

Percorsi di superamento dei Bisogni Comunicativi Complessi

Etimologicamente, il verbo comunicare viene dal latino cum che si traduce con insieme, e munis che può significare dovere, ufficio o incarico: termini che unità formano la parola cummunicare e cioè “mettere insieme”. Mettere insieme per educare in un percorso pedagogico che contempla il confronto, lo scambio, l’interazione e la cura dei legami e delle relazioni.

Secondo Brofenbrenner, la pedagogia va analizzata in un’ottica ecologica perché la persona è un prodotto delle interazioni ambientali come quello della famiglia d’origine, delle relazioni interpersonali, della società e così via. Una sovrapposizione di scambi e relazioni che influenzano in modo diretto la crescita e determinano la personalità di ogni alunno. Per questo gli alunni che presentano BCC non possono essere trattati in modo assoluto e con la stessa chiave d’accesso, ma vanno analizzati con attenzione per comprenderne bisogni, difficoltà e potenzialità. Seguendo percorsi di questo tipo, si aprono orizzonti assolutamente nuovi che consentono all’insegnante appassionato di sperimentare l’efficacia degli strumenti e dei tentativi di comunicazione, dando loro grande soddisfazione.

Non è un caso, infatti, che nella comunicazione esistono ben 3 livelli:

  1. Comunicazione di tipo verbale: si tratta delle parole che vengono scelte, del registro linguistico informale e formale utilizzato in base ai partner comunicativi, alla situazione e alla finalità del messaggio;
  2. Comunicazione di tipo paraverbale: si tratta di modalità specifiche che accompagnano la comunicazione orale come la velocità dell’eloquio, il timbro, il tono, le espressioni sonore e il volume della voce;
  3. Comunicazione di tipo non verbale: intesa come postura, prossemica, sguardi, movimenti, vicinanza affettiva, gesti e mimica facciale.

Queste 3 tipologie di comunicazione vengono sviluppate dai docenti grazie a una specifica formazione e all’esperienza nella cura e l’accompagnamento di alunni con Bisogni Comunicativi Complessi. Uno studio che sviluppa specifiche competenze comunicative volte, in primo luogo, ad analizzare i dati che compongono il contesto e, successivamente, individuare lo stile più consono per raggiungere gli obiettivi prefissati, integrando in modo sapiente i 3 modelli sopra indicati.

Ma come scegliere il modello migliore per quell’alunno?

Si può affermare con certezza che lo strumento più adatto allo studente con Bisogni Comunicativi Complessi è quello sartoriale, cioè realizzato su misura per le sue problematiche e individuato in seguito a un’attenta analisi di alcuni fattori, tra i quali quello ambientale. Non si può prescindere, infatti, dall’osservazione dell’ambiente in cui vive, da quello più prossimo che è la famiglia al più ampio che è rappresentato dalle relazioni in società: una sorta di sovrapposizioni e scambi che determinano lo sviluppo del bambino.

Vista in questo modo, la comunicazione diventa un’arma potentissima per la propria autodeterminazione, uno strumento indispensabile per essere sé stessi. Certo, è difficile per tutti imparare a comunicare nel modo giusto, ma quanto deve esserlo per chi soffre di Bisogni Comunicativi Complessi esprimere pensieri o semplicemente la propria volontà a compiere azioni quotidiane.

A tal proposito, torna in mente un’espressione del dottor Daniel Webster , politico statunitense che affermò “ Se tutte le cose che possiedo venissero tolte ad una ad una, sceglierei di mantenere la forza della comunicazione, perché per mezzo suo potrei recuperare tutto il resto â€œ.

Cenni sulla Comunicazione Aumentativa Alternativa

Per venire incontro ai bisogni di comunicazione, sono state elaborate delle tecniche per facilitare la comprensione e l’interazione con persone che presentano tali problematiche. Si tratta della Comunicazione Aumentativa Alternativa, nata negli Stati Uniti e in Canada e diffusa presto in tutto il mondo. Essa studia, analizza e prova a compensare ogni forma di disabilità di tipo comunicativo, sia permanente che temporanea, per ridurre quei limiti nello svolgimento di attività ludiche e didattiche nelle persone con gravi disabilità comunicative. Una strategia che mira a facilitare la nascita di un’uscita verbale ulteriore rispetto a quella verbale, rompendo la condizione spesso inevitabile di isolamento in cui i giovani alunni con Bisogni Comunicativi Complessi sono costretti a vivere. Non solo, sviluppando nuove forme di comunicazione, il docente può aiutarlo ad ampliare il range di indipendenza, migliorando le sue condizioni di vita.

A cura di
redazione

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